Il Primo Re è la strada giusta

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Ieri sera, io e mia moglie abbiamo visto Il Primo Re.

Prima di entrare in sala ero sinceramente terrorizzato. Le mie aspettative erano alte, le critiche lette in giro erano concordi nell’incensare la pellicola, per questo temevo di rimanere scottato e deluso. La mia più grande paura era di veder storpiata la Storia a fini propagandistici, come vedo ormai accadere in continuazione sul piccolo e grande schermo.

Sono invece uscito dal cinema con un sorriso da un orecchio all’altro. Mia moglie, archeologa, pur con qualche inevitabile e condivisibile “critica accademica”, ha concordato con me: Il Primo Re è un gran film.

Andiamo nello specifico.

Il regista Matteo Rovere confeziona un lavoro di una bellezza cruda, violenta e mistica. Il mondo che riesce a ricreare è permeato della sacralità dell’antichità arcaica, fatta di culti, profezie, superstizioni. I boschi intricati e le acque selvagge del fiume Tevere sussurrano la presenza di dei vendicativi, suscettibili e incredibilmente umani.

La morte è presente lungo tutto il racconto, prima sotto forma di lame che dilaniano la carne, poi di culto, rispetto, malinconia. Non c’è artificiosità. L’eroismo sta nell’agire nel pericolo costante, nella certezza di poter essere colpiti ed abbandonati in qualsiasi momento. Ed è in questa atmosfera che il rapporto fraterno tra Romolo e Remo risplende nella sua fiera semplicità. Fino al sopraggiungere del potere. Fino alla rottura dell’equilibrio tra uomo e divino.

I due fratelli soffrono e combattono insieme, ma sono messi di fronte a scelte gloriose e crudeli allo stesso tempo. La lotta per la sopravvivenza diventa volontà di riscatto, la paura di essere deboli si tramuta nel desiderio di diventare forti, più forti. E su tutto incombe, sempre, il volere sfuggente degli dei, incarnato nelle parole enigmatiche di una vestale e nel crepitare del fuoco sacro.

Lo scontro finale, atteso ed inevitabile, tra i due protagonisti è scevro di qualsiasi retorica ma, proprio per questo, diventa epico. Dolore, orgoglio e determinazione si fondono assieme per gettare le basi di Roma.

Alessandro Borghi (Remo) e Alessio Lapice (Romolo) regalano un’interpretazione intensa e credibile, alla luce della difficoltà del recitare in proto-latino. La scelta di girare il film non in italiano, bensì in lingua latina arcaica, è da premiare. Alla sceneggiatura hanno collaborato semiologi dell’Università della Sapienza, i quali hanno ricostruito un linguaggio unico, distante dal latino scolastico al quale siamo abituati.

L’unica pecca (sottolineata prontamente da mia moglie) sta nei costumi: troppo arretrati e semplici per l’epoca. È vero, siamo nel Lazio dell’VIII secolo avanti Cristo, ma stiamo comunque parlando di una zona sotto la raffinata influenza etrusca. La maggioranza della popolazione viveva sì di pastorizia, ma Alba Longa non aveva l’aspetto quasi preistorico che vediamo nel film ed i suoi abitanti non erano certo straccioni. Forse una scelta stilistica per rimarcare la natura arcaica dell’ambientazione. Ma d’altronde non è l’unico aspetto storico in cui il regista prende delle libertà.

Diversamente, la fotografia è curatissima e si sposa bene con la colonna sonora: dura e tagliente come una daga. Nulla a che vedere con le “smarmellate” (cit. Boris) che contraddistinguono molte pellicole nostrane. Ombre e luci dipingono un mondo spesso oscuro e ostile, dal quale sbucano piccole oasi di pace.

Il Primo Re è dunque un film che colpisce positivamente e lascia spiazzati per il suo essere così distante dalla media nazionale. “Non sembra un film italiano” è uno dei commenti che più si ascolta in giro. Ed è vero. Chiediamoci dunque, una volta per tutte, dove siamo arrivati e dove vogliamo andare. Perché oggi Il Primo Re mostra in maniera lampante che un cinema italiano diverso è possibile. Un cinema che vuole raccontare la nostra Storia e sa farlo in maniera eccellente.

Che questo sia l’inizio di un nuovo filone cinematografico che sappia trarre linfa vitale dal passato e dai talenti del presente. Questa è la strada giusta. Chissà. Forse, per rinascere, avevamo bisogno di veder nascere Roma una seconda volta.

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