Gli eroi di Zama

Zama

Vi racconto una Storia.

Il 19 Ottobre del 202 a.C., sulla pianura di Zama, si compie l’ultimo atto della tremenda Seconda Guerra Punica: Scipione sconfigge Annibale.

Ciò che pochi sanno è che quella battaglia fu caratterizzata dall’incredibile coraggio dei soldati della prima linea romana. Proprio lì, Scipione schierò i supersititi della battaglia di Canne, la peggiore disfatta mai subita dall’Urbe.
Dopo quella carneficina, avvenuta quasi 15 anni prima, i sopravvissuti romani erano stati infatti esiliati in Sicilia con il marchio dell’infamia, rei di non essere morti come i loro compagni e tacciati di codardia.
Ma Scipione decise di recuperarli e di affidare proprio a loro il compito di reggere l’urto dell’armata di Annibale.

Animati da uno spirito di rivalsa fortissimo, i “dannati” resistettero alla carica degli elefanti e sfondarono la prima linea cartaginese. Poi spezzarono la seconda, sbaragliando celti, iberici e reclute puniche.
Esausti, ricoperti di polvere e sangue, si ritrovarono di fronte la terza linea nemica: quella costituita dai veterani di Annibale. Ovvero gli stessi uomini che, anni prima, avevano massacrato i loro commilitoni a Canne. Condannandoli all’esilio e alla vergogna.

La situazione si fece critica. Le retrovie romane dovettero allargarsi per prevenire l’accerchiamento. I “dannati” furono lasciati soli davanti a guerrieri eccezionali, induriti da campagne e battaglie, motivati e freschi.

Come un abile giocatore di scacchi, Annibale aveva previsto quel momento. Ma non aveva previsto ciò che Scipione aveva tenuto in considerazione, ciò che nessun tattico può calcolare, ciò che nessun piano può anticipare: l’ardore di quei soldati, che pur di sopravvivere di nuovo ad una sconfitta ed essere chiamati ancora codardi, sarebbero morti lì.

Così si accese una mischia furibonda. I veterani del genio cartaginese si schiantarono sulla prima linea romana, pensando di trovare scudi retti da braccia sfiancate. Invece trovarono un muro. Con la forza della disperazione e della furia, quei soldati resistettero oltre ogni limite. Piantarono i piedi a terra e ressero l’impeto cartaginese, come una scogliera dinnanzi al mare in tempesta.

Non invano.

Quella resistenza eroica permise alla cavalleria romana e numida di tornare indietro dall’inseguimento di quella cartaginese. Improvvisamente, annunciati da una nuvola di polvere, i cavalieri attaccarono alle spalle i veterani di Annibale, chiudendoli in una morsa letale, stritolandone le fila. Per ironia del destino, negli ultimi istanti di vita, le truppe cartaginesi capirono di essere stati vittime della stessa tenaglia con cui avevano vinto, anni prima, sulla piana di Canne.

Tutto finì in pochi minuti.

Scipione aveva vinto.
Annibale era stato sconfitto.

E un pugno di uomini di cui non sapremo mai i nomi aveva compiuto un’impresa per qualcosa che oggi ci dicono non contare più niente: l’onore.

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