Gilet gialli? Noi siamo più avanti

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La protesta dei gilet gialli in Francia esplode in tutta la sua rabbia.

Telegiornali e social mostrano immagini di auto in fiamme, lanci di pietre, cariche della polizia. Un fiume giallo di uomini e donne che rompe gli argini e si riversa sugli Champs-Élysées. Sventolio di bandiere francesi, esplosioni, grida.

Di fronte alla forza di queste immagini, la reazione di molti italiani è stata, purtroppo, la peggiore possibile. Invece di sostenere semplicemente, come il sottoscritto, la rivolta dei lavoratori transalpini, troppi miei connazionali si sono lasciati andare al peggior vizio italico di sempre: l’esterofilia autorazzista.

In poche ore, il messaggio base rimbalzato su internet (e non solo) è stato in sintesi questo: i francesi scendono in piazza perché hanno le palle, noi invece no. A seguire, singhiozzi e cenere cosparsa sul capo.

Ma è davvero così?

Alla base di questo assunto (perché tale è) c’è la rimozione tout court di tutto ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi 2 anni. E di ciò che è invece accaduto in Francia solamente l’anno scorso. La cancellazione grezza e stupida del passato prossimo per far posto all’ennesima invocazione al salvatore straniero. Un vizio duro a morire, un cancro mentale che condanna questa penisola alle ingerenze estere da quindici secoli a questa parte.

Guardate! In Francia tutti manifestano! Da noi quando?
Stanno buttando letame contro gli uffici! Altro che italiani!
Ecco un popolo con gli attributi, qui tutti pecore!

Eppure basterebbe reprimere quella vocina, contare fino a cento prima di fiondarsi sulla tastiera dello smartphone e ragionare sugli eventi. Scopriremmo che, a conti fatti, noi italiani siamo, in questo periodo storico cruciale, molto più avanti politicamente dei nostri “cugini” d’oltralpe. E non è la prima volta che questo stivale, tanto bistrattato dai suoi stessi abitanti, si pone all’avanguardia del pensiero politico in Occidente.

Veniamo ai fatti. Ci troviamo nel pieno della guerra tra movimenti “populisti” a forze elitarie “globaliste”. Questo scontro ha le sue date fatidiche, giorni sul calendario che coincidono con battaglie vinte o perse dalle due parti. Il globalismo ha preso pesanti mazzate in quattro date precise: il 23 Giugno 2016 (referendum sulla Brexit), l’8 Novembre 2016 (elezione di Donald Trump), il 4 Dicembre 2016 e il 4 Marzo 2018.

Le ultime due date coincidono con eventi decisi dal popolo italiano.

Il 4 Dicembre 2016, tramite referendum, abbiamo respinto l’attacco alla nostra Costituzione. Nonostante, tanto per cambiare, i media nostrani fossero palesemente schierati a favore delle cosiddette “riforme”, la maggioranza del popolo ha detto che la nostra Carta non doveva essere modificata. Pare che non tutti ricordino il motivo per cui il Governo Renzi spinse così tanto per il : era Bruxelles a volere a tutti i costi che la Costituzione venisse cambiata, per favorire l’ultimo assalto alla già debilitata sovranità italiana, ponendo definitivamente la nostra Repubblica al di sotto dei desiderata dell’Unione Europea. Ebbene, quell’assalto è stato vanificato dal 59% dei votanti. Abbiamo detto No.

Il 4 Marzo 2018 è stato il turno delle elezioni nazionali. Anche qui, la stragrande maggioranza delle testate, dei talk show, dei giornalisti vari soffiava a più non posso sulla vela sgualcita del PD. Tutta la sinistra italiana, assieme alla creatura sorosiana +Europa, camminava sul tappeto rosso del mainstream. Vi invito a guardare ciò che passava in tv in quei giorni: da voltastomaco. Risultato? Le due forze politiche premiate dalle urne sono state il Movimento 5 Stelle e la Lega. Due compagini caratterizzate dall’euroscetticismo (espresso in maniera talvolta discontinua e balbettante, ma presente soprattutto alla base e nei singoli influenti). Tre mesi dopo, dalla loro alleanza, nasceva il Governo Conte. Per l’Unione Europea è stata una doccia fredda: l’Italia, paese vitale per la sua economia, abbandonava la linea servile e suicida nei confronti di Bruxelles. Linea che aveva tenuto per anni, dal golpe del 2011. Parallelamente, voci contrarie alla moneta unica e al sistema neoliberista sono uscite dal Web per entrare, cavalcando i cambiamenti politici, negli schermi televisivi e nelle case di milioni di spettatori: cosa impensabile fino a poco tempo prima.

Mentre noi italiani pugnalavamo al ventre, con la matita copiativa, l’Europa dei banchieri e dei cartelli finanziari, cosa facevano i cittadini francesi?

Il 7 Maggio 2017, nel pieno della crisi UE, quando ormai tutte le politiche europeiste aveva già mostrato pienamente il loro volto liberticida e oligarchico, in Francia vinceva le elezioni Emmanuel Macron. Un signor nessuno, spuntato quasi dal nulla. Un ex funzionario della banca d’affari Rothschild & Co e un pupillo di Jacques Attali (il banchiere che disse E cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità?”). Un pupazzo megalomane improvvisamente pompato dalla stampa mainstream francese (e italiana) come il salvatore dell’Europa, arrivato dal cielo per salvare la democrazia dalla fascista-populista-razzista Marine Le Pen.

Ora, qualcuno mi farà notare che il sistema elettorale francese ha premiato un uomo che, numeri alla mano, non aveva l’appoggio della maggioranza degli elettori. E allora? Le regole della contesa, i nostri cugini galli, le conoscevano prima di recarsi a votare. Eppure questo non li ha svegliati dal torpore. Non ha suggerito alla sinistra di Jean-Luc Mélenchon e alla destra di Marine Le Pen che fosse il momento di sotterrare l’ascia di guerra e combattere i nemici della Francia sovrana. Non ha fatto ragionare milioni di francesi, plagiati a tal punto da incoronare, infine, il politico europeista per eccellenza.

Macron

In poche parole: mentre l’Italia diveniva man mano nel Vecchio Continente la portatrice più grande ed influente dell’euroscetticismo, la Francia serrava i ranghi assieme alla Germania della Merkel attorno ai burocrati di Bruxelles. E lo faceva nel momento storico più turbolento in assoluto per gli adepti dello straccio blu. Magnifique!

Dunque, tirando le somme, chi tra noi e i transalpini ha fatto un reale passo avanti? Chi ha compiuto una scelta politicamente di rottura rispetto al passato e chi, invece, è rimasto al palo dell’europeismo? Chi ha mandato un messaggio dissonante e chi ha unito la propria voce al coro dell’Inno alla Gioia?

Certo, mi si dirà, il Governo Conte deve dimostrare la sua linea dura nei confronti della UE. Sono d’accordo. Molte sfide attendono a breve l’esecutivo giallo-verde, sfide che mostreranno le sue reali intenzioni. A tal proposito, riporto un commento di Francesco Amodeo che riassume bene le aspettative, le speranze e le richieste di gran parte del popolo italiano:

Dov’era la politica? I sovranisti? I populisti?
Oggi che tutto ci sta scoppiando in mano. In tanti si sorprendono e si chiedono perché i mercati ci attaccano. Perché i media ci attaccano. Perché i sovranisti che abbiamo eletto non ci ridanno la sovranità promessa.
Io potrei sedermi sul fiume sapendo che il cadavere sta per passare. Ma quel cadavere porta il nome del mio paese e a me non servirà a nulla aver avuto ragione.
Quindi sono ancora qui a dirvi che il momento della delega è finito. Il Governo può fare da sponda, essere il nostro braccio nelle istituzioni. Ma il popolo deve prendere in mano le redini del proprio destino. Il Cartello presto proverà ad imporre sanzioni, Global compact, ed un nuovo Governo tecnico. Dei loro tecnici. Esecutori materiali di un nuovo golpe finanziario.
Ma prima di farlo faranno in modo che voi pensiate che questo Governo abbia fallito, si sia venduto, abbia cambiato idea.
Invece c’è solo una cosa che deve essere immediatamente trasmessa a tutti.
Questo Governo deve avere il sostegno di tutti ma deve smetterla di essere il Governo del cambiamento e diventare il Governo della liberazione.

La guerra è tutt’altro che vinta. Anzi, siamo solo all’inizio. Eppure noi italiani abbiamo lanciato un guanto di sfida alla UE, e lo abbiamo fatto tramite le urne. Svegliandoci da un sonno che durava da troppo tempo, rompendo l’incantesimo mediatico, ritrovandoci a rappresentare le istanze di chi rifiuta l’Europa dello spread, dell’austerity e delle privazioni delle sovranità. Tutto ciò, fuori dai nostri confini, è risaputo. Siamo visti con molto interesse, con speranza, da chi sogna di ribaltare la dittatura finanziaria che ha massacrato (e indottrinato) intere generazioni. L’Italia è al centro di un cambiamento geopolitico immenso che va dagli USA alla Cina, è l’ago della bilancia nel cuore del progetto neoliberista europeo. E questo pare che tanti italiani non lo abbiano capito, abituati come sono a pensare al proprio paese come l’eterna cenerentola, il vaso di coccio circondato da vasi di ferro, il bellissimo tappetino vista mare.

Così accade che una sommossa scoppiata in Francia scateni automaticamente il virus dell’esterofilia autorazzista. Dimentichi dei risultati storici da loro stessi raggiunti, troppi italiani si sono fiondati ad inginocchiarsi sui ceci e recitare un mea culpa del tutto fuori luogo.

I gilet gialli sono il sintomo di un malessere profondo che cova da tempo in Francia. La questione del prezzo del carburante è importante, per carità, ma nasconde ben altro. I transalpini hanno subito, come noi, politiche di abbassamento dei salari, impoverimento dei ceti medi, immigrazione incontrollata, demonizzazione dell’identità nazionale e tutte le pazzie globaliste che conosciamo. Ma, a meno che la protesta non sfoci in una reale rivoluzione atta a destituire Macron (come il sottoscritto spera), dovremo annoverare i disordini nel lungo elenco delle mobilitazioni francesi degli ultimi anni. Non sarebbe la prima volta che intere categorie lavorative hanno bloccato il paese per poi ricevere il loro contentino e rompere le righe.

Domanda: barattereste il 4 Dicembre 2016 e il 4 Marzo 2018 con Via dei Fori Imperiali invasa da gilet gialli italiani? Io no. Lo farei solo ed unicamente per una rivoluzione. Fino ad allora, soppesando le azioni di italiani e francesi, non posso che constatare come le nostre abbiano avuto molto più peso sullo scacchiere internazionale. E come il cambiamento avvenuto in Italia sia stato notevole in termini di tempo e numeri, mentre la Torre Eiffel resta uno dei fari sempre accesi dell’Unione Europea.

Chiedo quindi ai miei compatrioti di piantarla con questo malcostume di incensare a prescindere le piazze estere. Di ragionare su se stessi. Oggi come oggi il Governo Conte ha l’appoggio della maggioranza degli italiani, mentre Macron ha un gradimento in costante, imbarazzante calo. Non è il momento della rivolta. Lo sarà se verremo traditi anche da coloro ai quali abbiamo affidato le speranze di cambiamento e di liberazione o se, ancora una volta, cercheranno di imporci un governo tecnico agli ordini di Parigi e Berlino. E il momento della verità è molto, molto vicino, statene certi. Allora sì che i discorsi sul coraggio e “le palle” avranno un senso. Ora sono ridicoli, insensati e ingiusti.

Sul tavolo restano i risultati politici. Risultati che dimostrano come il grado di maturità e consapevolezza di noi italiani sia superiore a quello dei francesi, in quello che verrà ricordato come uno dei passaggi più cruciali della Storia.

Mi rivolgo a coloro che stanno postando le foto dei disordini nella capitale francese, accompagnandole con lamentele contro il proprio popolo: finitela. Non potete dichiararvi patrioti e cadere negli stessi ragionamenti assurdi di un europeista qualsiasi. Non potete dichiarare il vostro amore per l’Italia e il giorno dopo insultarla, spacciando questa sciocca lamentela come un’autocritica, dietro frasi come “è una constatazione” o “sono solo realista”. Qui di obiettivo e realista c’è ben poco. Lo volete capire che questo pernicioso pensiero è alle fondamenta dei nostri peggiori problemi? Vi ha portati persino a dimenticare ciò che avete fatto. Ciò che abbiamo fatto.

Dall’odio verso di sé non può nascere nulla di buono. Prima lo impariamo, prima ci libereremo.

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