esporsi

Esporsi

In queste settimane mi sto esponendo molto. Molto.

Quando si sta in trincea, la prima regola è non sporgersi troppo fuori dal fossato. Un buon cecchino potrebbe ficcarti una pallottola nel cranio. E i nemici della sovranità italiana, si sa, di cecchini ben armati (e ben pagati) ne hanno a iosa.

A volte la tentazione di capire quanto profonde e vulnerabili siano le difese nemiche è tanta. Altre volte, è solo l’orgoglio a guidarti. E quella voglia matta di fargli vedere i tuoi occhi anche solo per un istante, giusto per ricordargli che sì, sei ancora vivo.

Così spunta il tuo elmetto ammaccato e incrostato di fango. Un puntino lungo un serpente di terra di cui molti, troppi, ignorano persino l’esistenza. Tu lo sai di essere in guerra. Tanti, invece, scambiano le granate per tuoni lontani e le raffiche di mitraglia per il ticchettio della pioggia. Ti fa tenerezza quell’ingenuità. A volte, ti manca persino.

E siccome è una guerra sporca e infame, non esistono regole né creanza. Tantomeno umanità. Tu e il tuo reggimento potreste essere spazzati via domani mattina, centrati da una sola bomba. O stanotte, chissà. A quelli, tanto, le munizioni non mancano di certo.

Quindi te ne stai al riparo, il più delle volte, e agisci da semplice soldato. Spari quando c’è da sparare, stai fermo quando c’è da stare fermi, ti muovi per non perdere l’uso delle gambe. La routine del fronte.

Ma la voglia di alzarti in piedi e fare qualcosa di più, certi giorni, è soverchiante. Quando ti pervade, pensi di poterla vincere dal solo questa guerra. Così imbracci un fucile, prendi la mira e gli fai male, tanto male. E potresti andare avanti per tutto il giorno, finché una mano saggia (o la tua stessa ragione), ti afferra una spalla e ti spinge di nuovo giù. Al riparo.

Non pretendo che questo post venga compreso appieno. L’ho scritto più per me che per altri.

Ma a chi ne ha colto il messaggio, voglio dire solo questo: siamo di più. Ora siamo di più.

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