Cesare e la comunicazione politica

Giulio Cesare, dopo la grande vittoria a Zela contro i pontici, inviò un messaggio a Roma contenente solo tre parole. Tre.

VENI VIDI VICI

Ovvero: sono giunto nel posto dov’era il nemico, ho valutato attentamente la situazione, ho agito e vinto.
Dunque: sono un grande generale che sa sempre cosa fare, non perde tempo e trionfa senza problemi.
Quindi: sono in grado di colpire come un fulmine chiunque mi si pari davanti. Anche voi, che state a Roma.
Per cui: state in campana.

Nessun orpello, nessun ricamo, nessun volo pindarico, nemmeno una lettera superflua. Una serie di messaggi essenziali racchiusi in una triade secca, memorabile, persino musicale.

Una comunicazione facilmente fruibile da ogni tipo di pubblico, dal più zoticone dei populares al più ricco degli omptimates, dal più rozzo dei soldati al più raffinato dei patrizi.

Ma sono certo che dai fenomeni della sinistra al caviale, catapultati nel I secolo a.C., un simile capolavoro di propaganda politica sarebbe apostrofato come “grezzo”, “volgare”, “banale” e “basso”.

Chi crede che la comunicazione politica (e non solo) debba essere complessa e forbita per acquistare credibilità e seguito, è distante anni luce dalla realtà. Può arrabbiarsi e sbraitare quanto vuole: starà solo tracciando la strada verso la sua sconfitta certa.

P.S. chi tradurrà questo post come un accostamento di politici contemporanei al Divo Giulio verrà crocifisso sull’Appia

Condividi: