Cara Raggi, ricominciamo?

Virginia Raggi, da quando è salita al Campidoglio, è diventata il bersaglio prediletto di tutta la stampa nazionale.

Per due anni, tv e giornali hanno riversato sul sindaco di Roma tonnellate di fango. L’obiettivo, neanche tanto velato, è stato sempre quello di mostrare come i Cinque Stelle fossero incapaci, inetti e pericolosi. La presa della città da parte dei grillini, con tanto di ritirata ignominiosa del PD (travolto da scandali di ogni genere), non è stata mai digerita dal mainstream schierato dalle parti del Nazareno.

Il titolo “Caos Roma” ha capeggiato sui Tg per settimane, spuntando fuori per qualsiasi cosa: emergenza spazzatura, emergenza cinghiali, emergenza case. E, soprattutto, emergenza nomine. L’affaire Marra è stato cavalcato senza tregua dai giornaloni, con articoli, interviste, inchieste, dossier, fotografie.

Ogni giorno la giunta Raggi era, secondo i pennivendoli nostrani, sul punto di crollare. Il tintinnio delle manette suonava sempre più chiaramente per Repubblica. Le pagine del Messaggero, scendiletto di Caltagirone, hanno scandito nel tempo un fantomatico conto alla rovescia: la fine dell’esecutivo pentastellato era alle porte. E così le altre testate, le varie radio allineate (tra Giannini e Zucconi, Radio Capital domani mattina vestirà a lutto) e i tanti megafoni del pensiero unico, da Floris alla Gruber, passando per Formigli e tutta la corte di La7.

Citare tutti i protagonisti della macchina del fango contro Virginia Raggi sarebbe impossibile.

Ciò che va tenuto presente, tuttavia, è che non si è mai trattato di una critica onesta, equilibrata. L’acredine che ha impregnato ogni attacco mediatico e la bile con cui ogni problema è stato ingigantito, hanno fatto perdere ogni credibilità ai nemici giurati della Raggi. Così, anche se in calo, la popolarità del sindaco (non mi farete mai dire “sindaca”, nun se po’ sentì) non è crollata come certi soloni prevedevano.

Oggi, 10 Novembre 2018, è arrivata la sentenza finale sul caso delle nomine del Comune di Roma: Virginia Raggi è stata assolta. “Il fatto non costituisce reato”. Il processo è dunque chiuso.

Difficile nascondere la profonda goduria nel vedere gli sguardi affranti, sconfitti, di chi ha dedicato gli ultimi due anni di vita a questa guerra al Campidoglio. Anche questo momento va ad aggiungersi all’album delle batoste di una certa parte d’Italia (e, in generale, di mondo) a cui non sono rimaste che la delegittimazione, la calunnia e la mistificazione come armi politiche contro i “populismi”.

Inevitabili gli sfottò e le accuse ai giornalisti usciti scornati dalla sentenza. “Puttane” li ha definiti Di Battista. Definizione azzeccata. D’altronde lo diceva anche John Swinton, redattore del New York Times alla fine dell’800: “Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. (…) Noi siamo delle prostitute intellettuali.

Ovviamente, i partiti dell’ancien régime si schierano attorno ai poveri giornalai, dipinti come vittime di “attacchi fascisti” (evergreen) e “liberticidi”. Ma la figuraccia del mainstream italico è ormai fatta, e i diretti interessati sanno che devono rassegnarsi.

Archiviato questo processo, dobbiamo tuttavia rimanere con i piedi per terra. Roma, la mia città, non sta affatto messa bene.

Ho votato M5S alle elezioni del 2016, ho aiutato la Raggi stessa nella sua campagna elettorale, mi sono speso in prima persona, perorando la causa grillina. C’era bisogno di una svolta. Purtroppo, a distanza di due anni dalla vittoria pentastellata, questa svolta non è ancora arrivata. Pur tenendo in considerazione la situazione disastrosa lasciata dalle amministrazioni precedenti (e le ganasce europee che stringono le gambe della lupa capitolina), il mio giudizio sull’operato della giunta è oggi al di sotto della sufficienza.

Personalmente, mi sono allontanato dal Movimento, ma riconosco in esso molte persone valide e genuinamente votate al bene comune.

Dunque, cara Raggi, che questa sentenza sia un nuovo inizio, per te e tutta la tua squadra. Vi siete liberati di un macigno, è vero, ma il lavoro da svolgere resta enorme. Roma è una città difficile, siamo d’accordo, ma ha tante e tali di quelle risorse che potrebbe rifiorire, stupendo il mondo. È già successo.

I cittadini romani vivono da anni un perpetuo scoramento. Noi capitolini diamo per scontati una serie di disagi che non dovrebbero essere tollerati: dal degrado alla sporcizia, dal traffico alle buche, fino ai servizi scarsi. Abbiamo bisogno di VEDERE una Roma diversa. Non ci bastano le parole, le cifre, i proclami. Vogliamo scendere per strada e incontrare con lo sguardo il cambiamento. Vogliamo sentire il Comune presente e vivo.

E bada, Sindaco Raggi, che a scriverti non è un esterofilo che magnifica le altre città del Vecchio Continente. Parigi e Londra sono ugualmente sporche e, negli ultimi anni, sono diventate più brutte e insicure. Ma Roma deve essere altro, deve primeggiare, non deve puntare ad “essere come…”.

Quale è la vostra visione della Città Eterna?

La prossima sentenza, quella decisiva, arriverà alle prossime urne elettorali. Alcuni, Sindaco Raggi, lo ripetono come un monito. Io spero che possa spronarvi a fare meglio, perché ad oggi i risultati sono ancora mediocri.

E Roma non può essere mediocre.

Buon lavoro, Sindaco.

Condividi: